Rifaximina (Normix): gli effetti su microbiota e intestino, quando funziona davvero in IBS e SIBO, e perché a volte fallisce

Rifaximina (Normix) in IBS e SIBO: efficacia clinica, impatto sul microbiota, recidive e strategie terapeutiche secondo le linee guida.

Dott. G. Eros Buonarota - Biologo Nutrizionista | Certified Functional Medicine Pratictioner - Milano

1/7/202610 min read

Cos’è la rifaximina (Normix) e perché è diversa dagli altri antibiotici

La rifaximina (Normix) è un antibiotico non assorbibile ampiamente utilizzato nella pratica clinica gastroenterologica per il trattamento di diverse condizioni funzionali e infettive dell’apparato digerente. Il suo impiego è particolarmente consolidato nella sindrome dell’intestino irritabile con diarrea (IBS-D), nella diarrea del viaggiatore e nella sovracrescita batterica del piccolo intestino (SIBO), grazie alla sua azione locale sul lume intestinale, al profilo di sicurezza favorevole e al ridotto impatto sistemico. Negli ultimi anni, l’interesse per la rifaximina è cresciuto in parallelo alla crescente comprensione del ruolo del microbiota intestinale nella fisiopatologia dell’IBS-D e della SIBO. Un sottogruppo significativo di pazienti con IBS-D presenta infatti alterazioni del microbiota, inclusa disbiosi intestinale e/o sovracrescita batterica, condizioni che possono contribuire a sintomi quali dolore addominale, gonfiore, urgenza e diarrea. In questo contesto, la rifaximina si distingue dagli antibiotici sistemici tradizionali per il suo potenziale effetto eubiotico, ovvero la capacità di modulare la composizione microbica senza indurre una disbiosi clinicamente rilevante (1,2). La rifaximina viene somministrata tipicamente alla dose di 400–550 mg tre volte al giorno per 2 settimane. Gli studi clinici randomizzati e le principali linee guida internazionali, incluse quelle della American College of Gastroenterology e della American Gastroenterological Association, dimostrano che la rifaximina è superiore al placebo nel migliorare i principali sintomi dell’IBS-D, con bassa incidenza di eventi avversi e minimo rischio di resistenze clinicamente significative. Tuttavia, non tutti i pazienti rispondono al trattamento e una quota rilevante presenta recidive sintomatiche nei mesi successivi al ciclo terapeutico, sollevando interrogativi cruciali su quali pazienti traggano realmente beneficio, su quando ripetere la terapia e su come integrare la rifaximina in una strategia terapeutica personalizzata. (3).

Cosa significa “antibiotico non assorbibile”?

Un antibiotico non assorbibile è un farmaco che, dopo assunzione orale, rimane quasi interamente all’interno dell’intestino, senza entrare in quantità significative nel circolo sanguigno.

Nel caso della rifaximina (Normix):

  • oltre il 95–99% del farmaco resta nel lume intestinale

  • l’assorbimento sistemico è minimo

  • l’azione è prevalentemente locale, a livello dell’intestino tenue e del colon

Perché è importante?

Il fatto che la rifaximina sia non assorbibile comporta diversi vantaggi clinici:

  • Agisce dove serve
    Raggiunge concentrazioni elevate direttamente nell’intestino, sede dei sintomi in IBS-D e SIBO.

  • Minori effetti collaterali sistemici
    Non circolando nel sangue, ha un impatto trascurabile su altri organi.

  • Basso rischio di interazioni farmacologiche
    Può essere utilizzata più facilmente in pazienti in politerapia.

  • Ridotto rischio di resistenze sistemiche
    I batteri extra-intestinali non vengono esposti in modo significativo all’antibiotico.

  • Profilo di sicurezza favorevole nei cicli ripetuti
    Aspetto rilevante nelle condizioni croniche o recidivanti.

Non assorbibile non significa “privo di effetti”

La rifaximina modula attivamente il microbiota intestinale, ma lo fa in modo selettivo e generalmente eubiotico, senza indurre una disbiosi persistente come accade con molti antibiotici sistemici.

La rifaximina è utile anche nella SIBO?

La rifaximina può essere efficace e sicura anche nel trattamento della sovracrescita batterica del piccolo intestino (SIBO), anche se la qualità degli studi disponibili è generalmente modesta. Secondo la linea guida della American College of Gastroenterology, la rifaximina rappresenta il farmaco più studiato per questa indicazione, con una percentuale di eradicazione media del 70% (intervallo 61–78%) e un tasso di eventi avversi intorno al 4–5% nei principali studi e meta-analisi disponibili. I dosaggi utilizzati variano da 800 a 1.200 mg/die per 7–14 giorni, con la maggior parte degli studi che utilizza 400 mg tre volte al giorno per 10 giorni o 550 mg due volte al giorno per 14 giorni (4,5,6). La rifaximina è superiore al placebo e, in alcuni studi, anche al metronidazolo in termini di eradicazione della SIBO e miglioramento dei sintomi, con una tollerabilità nettamente migliore rispetto agli antibiotici sistemici (6). Gli eventi avversi sono rari e generalmente lievi (ad esempio, disturbi gastrointestinali transitori), e il rischio di sviluppo di resistenze clinicamente rilevanti o di infezione da Clostridioides difficile è basso (4,5).

N.B. La American Gastroenterological Association sottolinea che la terapia antibiotica per SIBO, inclusa la rifaximina, deve essere guidata dalla conferma diagnostica e utilizzata con cautela, data la possibilità di recidive frequenti (fino al 44% a 9 mesi) e la necessità di evitare trattamenti ripetuti non necessari (7).

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Qual è l’effetto della rifaximina sul microbiota intestinale?

La rifaximina esercita un effetto eubiotico sul microbiota intestinale, distinguendosi dagli altri antibiotici per la sua capacità di modulare la composizione microbica senza causare una significativa disbiosi. Studi clinici e preclinici mostrano che, dopo un ciclo di trattamento (tipicamente 400–550 mg 2–3 volte al giorno per 2–4 settimane), la rifaximina induce solo modifiche modeste e transitorie nella diversità e nell’abbondanza di specifici taxa batterici, con una tendenza a favorire la crescita di batteri benefici come Lactobacilli e Bifidobacteria, e a ridurre la presenza di potenziali patogeni come Escherichia e Veillonella (8,9,10,11). Anche gli effetti a lungo termine dell’uso prolungato di rifaximina sul microbiota intestinale sembrano essere caratterizzati da modifiche modeste, prevalentemente transitorie e non associate a disbiosi clinicamente significativa. Studi condotti su pazienti con sindrome dell’intestino irritabile con diarrea (IBS-D) e su pazienti con cirrosi hanno dimostrato che, anche dopo cicli ripetuti o trattamenti prolungati (fino a 90 giorni), la rifaximina induce solo variazioni limitate nella composizione di specifici taxa batterici, senza alterare in modo sostanziale la diversità globale del microbiota intestinale (12,13).

Perché la rifaximina (Normix) non funziona in tutti i pazienti?

I pazienti con sindrome dell’intestino irritabile con diarrea (IBS-D) che rispondono meglio al trattamento con rifaximina presentano tipicamente una disbiosi fecale pre-trattamento, caratterizzata da una composizione microbica significativamente alterata rispetto ai controlli sani. Questi pazienti presentano una riduzione di batteri potenzialmente patogeni come Escherichia e Enterobacter e un aumento di Bifidobacterium dopo la terapia (14). Un altro sottogruppo che risponde meglio è quello con test del respiro al lattulosio positivo, indicativo di sovracrescita batterica intestinale (SIBO). In questi pazienti, la probabilità di risposta clinica a rifaximina è significativamente maggiore rispetto a chi ha un test negativo. La normalizzazione del test del respiro dopo il trattamento si associa al più alto tasso di risposta sintomatica (15). Le caratteristiche cliniche che predicono però una risposta sfavorevole al trattamento con rifaximina nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile includono:

  • Assenza di disbiosi fecale significativa: Pazienti il cui profilo microbico fecale è simile a quello dei controlli sani tendono a non rispondere al trattamento con rifaximina. In questi soggetti, la modulazione del microbiota indotta dal farmaco è minima e non si traduce in un miglioramento clinico rilevante (14).

  • Test del respiro al lattulosio negativo: La probabilità di risposta è inferiore nei pazienti con test del respiro negativo per sovracrescita batterica intestinale (SIBO). In questi casi, la percentuale di risposta sintomatica è significativamente più bassa rispetto ai pazienti con test positivo (15).

  • Sintomi meno severi o assenza di sintomi predominanti di gonfiore e dolore addominale: L’efficacia di rifaximina è maggiore nei pazienti con sintomi addominali marcati, in particolare dolore e gonfiore. Pazienti con sintomatologia lieve o con sintomi non predominanti di dolore/gonfiore tendono a rispondere meno (AGA)

  • Recidiva rapida dopo trattamento iniziale: Nei trial di retreatment, i pazienti che recidivano rapidamente dopo il primo ciclo di rifaximina mostrano tassi di risposta inferiori ai successivi cicli (AGA).

Perché i sintomi tornano dopo rifaximina (Normix)?


I pazienti con sindrome dell’intestino irritabile con diarrea che presentano una recidiva rapida dopo il primo ciclo di rifaximina mostrano tassi di risposta inferiori ai successivi cicli di trattamento perché la recidiva precoce è indice di una risposta iniziale meno robusta o di una fisiopatologia sottostante meno sensibile alla modulazione del microbiota indotta dalla rifaximina. In questi pazienti, la durata del beneficio sintomatico dopo il primo ciclo è breve, suggerendo che i meccanismi responsivi al trattamento sono meno rilevanti o che la componente microbica della patologia è meno predominante. La American Gastroenterological Association sottolinea che, nei trial di retreatment, i pazienti che recidivano rapidamente dopo il primo ciclo di rifaximina hanno una probabilità inferiore di ottenere una risposta clinica significativa ai cicli successivi rispetto a chi mantiene la risposta più a lungo. Questo pattern suggerisce che la recidiva rapida identifica un sottogruppo di pazienti con una forma di IBS-D meno dipendente dalle alterazioni del microbiota intestinale e quindi meno responsiva alla ripetizione della terapia antibiotica. Inoltre, la risposta sfavorevole ai retreatment può riflettere la presenza di altri fattori patogenetici (come ipersensibilità viscerale, alterazioni della motilità o comorbidità psicosomatiche) che non vengono modificati dalla rifaximina.

Come gestire IBS e SIBO dopo fallimento della rifaximina

La recidiva rapida dei sintomi dopo trattamento con rifaximina in pazienti con sindrome dell’intestino irritabile è una condizione frequente, come già accennato: secondo i dati dei principali trial, la percentuale di recidiva sintomatica può superare il 40% nei primi mesi dopo il ciclo iniziale, e la risposta ai retreatment successivi è inferiore rispetto al primo ciclo, con benefici clinici spesso modesti e non sempre significativi (16). Questo scenario evidenzia la necessità di strategie terapeutiche aggiuntive per i pazienti con risposta subottimale o recidiva precoce (17).

Modulazione del microbiota intestinale:

Le opzioni aggiuntive includono l’impiego di probiotici, prebiotici e sinbiotici. Studi randomizzati e meta-analisi suggeriscono che specifici ceppi di Bifidobacterium e Lactobacillus, così come sinbiotici contenenti Lactobacillus paracasei B21060 e prebiotici (xylooligosaccaridi, glutamina, arabinogalattano), possono migliorare il dolore addominale e la qualità di vita nei pazienti con IBS-D (18,19). L’efficacia dei probiotici è maggiore nei pazienti con sintomi di gonfiore prominente. Il trapianto di microbiota fecale è oggetto di studio, ma al momento non è raccomandato come standard per IBS-D. Dati preclinici recenti suggeriscono che la combinazione di rifaximina con N-acetilcisteina (NAC), un mucolitico, può potenziare l’efficacia della rifaximina nel normalizzare la composizione microbica e ridurre la variabilità delle feci, almeno in modelli animali (17). Sebbene questa strategia sia promettente, sono necessari studi clinici per confermarne la sicurezza e l’efficacia nell’uomo.

Terapie farmacologiche aggiuntive ed approcci non farmacologici:

Per il controllo del dolore addominale e della diarrea, sono raccomandati antispastici e antidepressivi triciclici, che agiscono come neuromodulatori e rallentano il transito intestinale; questi sono particolarmente indicati nei pazienti con dolore predominante e diarrea (20). Sequestranti degli acidi biliari e loperamide possono essere utilizzati per la gestione sintomatica della diarrea. Le modifiche dietetiche, in particolare la dieta low-FODMAP, sono raccomandate per ridurre la fermentazione intestinale e migliorare i sintomi. L’esercizio fisico regolare e la gestione dello stress (ad esempio, tecniche di rilassamento, terapia cognitivo-comportamentale) sono parte integrante della strategia terapeutica. Nei casi refrattari, è indicato un approccio multidisciplinare che includa supporto psicologico.

IBS o SIBO? Perché è fondamentale distinguere

Le strategie terapeutiche aggiuntive raccomandate per i pazienti con sindrome dell’intestino irritabile con diarrea che presentano recidive rapide dopo trattamento con rifaximina possono essere considerate anche nei pazienti con sovracrescita batterica del piccolo intestino (SIBO), ma l’efficacia di tali approcci in SIBO è meno consolidata e deve essere individualizzata, come sottolineato dalle linee guida e dalla letteratura attuale. SIBO e IBS-D condividono meccanismi fisiopatologici come la disbiosi del microbiota, e strategie quali retreatment antibiotico (inclusa rifaximina), rotazione di antibiotici, probiotici e modifiche dietetiche (ad esempio dieta low-FODMAP) sono state esplorate in entrambe le condizioni. Tuttavia, per SIBO, la ripetizione o rotazione degli antibiotici è una pratica basata principalmente su opinione di esperti e dati aneddotici, con raccomandazione di personalizzare la gestione e monitorare i rischi di resistenza e effetti avversi. L’utilizzo di probiotici, prebiotici e sinbiotici, che ha mostrato beneficio in IBS-D, non è supportato da evidenze robuste in SIBO: mancano studi clinici di alta qualità che ne dimostrino l’efficacia specifica nei pazienti con recidiva rapida dopo rifaximina (21).

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Conclusioni

La rifaximina (Normix) rappresenta oggi una delle opzioni terapeutiche meglio supportate dall’evidenza per il trattamento della sindrome dell’intestino irritabile con diarrea (IBS-D) e, in contesti selezionati, della sovracrescita batterica del piccolo intestino (SIBO). Il suo valore clinico risiede nella combinazione di azione locale intestinale, profilo di sicurezza favorevole e impatto limitato ma mirato sul microbiota, caratteristiche che la distinguono dagli antibiotici sistemici tradizionali.

Le evidenze disponibili indicano chiaramente che la rifaximina non è una terapia “universale”, ma un trattamento più efficace in specifici sottogruppi di pazienti, in particolare quelli con disbiosi documentata, test del respiro positivo e sintomi dominati da dolore e gonfiore addominale. Al contrario, la mancata risposta o la recidiva rapida dei sintomi dopo il primo ciclo identificano pazienti in cui la fisiopatologia della malattia è probabilmente meno dipendente dalle alterazioni del microbiota e richiede strategie terapeutiche differenti.

In questo contesto, la ripetizione indiscriminata dei cicli antibiotici appare di beneficio limitato e potenzialmente inappropriata. Le linee guida internazionali sottolineano la necessità di un approccio personalizzato, che integri la rifaximina in una strategia più ampia basata su modulazione del microbiota, interventi dietetici, neuromodulazione, gestione dello stress e, nei casi complessi, su un approccio multidisciplinare. In definitiva, la rifaximina non va considerata come una soluzione definitiva, ma come uno strumento mirato all’interno di un modello terapeutico individualizzato. Comprendere quando usarla, in quali pazienti e con quali aspettative realistiche è essenziale per massimizzarne i benefici clinici ed evitare trattamenti ripetuti non necessari. Solo una gestione basata sull’evidenza e sulla fisiopatologia del singolo paziente consente di ottenere risultati duraturi nelle condizioni complesse e multifattoriali come IBS-D e SIBO.

Nota : Questo articolo ha finalità puramente informative e non sostituisce in alcun modo il parere del medico o di altri professionisti della salute. Evita il “fai da te”: ogni percorso terapeutico deve essere personalizzato e valutato insieme al tuo specialista di riferimento.

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Dott. G. Eros Buonarota - Biologo Nutrizionista | Certified Functional Medicine Pratictioner

📌 FAQ
La rifaximina (Normix) funziona davvero nella IBS-D?

Sì. La rifaximina è efficace nel migliorare dolore addominale, gonfiore e consistenza delle feci nei pazienti con IBS-D, soprattutto in presenza di disbiosi intestinale o test del respiro positivo. Gli studi clinici dimostrano una superiorità significativa rispetto al placebo, con un profilo di sicurezza favorevole.

La rifaximina è utile anche nella SIBO?

La rifaximina è il farmaco più studiato per la SIBO e mostra un tasso medio di eradicazione intorno al 70%. È generalmente ben tollerata, ma l’evidenza scientifica è di qualità moderata e il trattamento dovrebbe essere guidato dalla conferma diagnostica.

La rifaximina altera il microbiota intestinale?

No in modo significativo. A differenza degli antibiotici sistemici, la rifaximina ha un effetto eubiotico: induce modifiche modeste e transitorie del microbiota, favorendo batteri benefici come Lactobacillus e Bifidobacterium, senza causare disbiosi clinicamente rilevante.

Perché la rifaximina non funziona in tutti i pazienti?

La risposta è minore nei pazienti senza disbiosi intestinale, con test del respiro negativo o sintomi lievi. Inoltre, la rifaximina è meno efficace quando la fisiopatologia dell’IBS-D è dominata da ipersensibilità viscerale o alterazioni della motilità piuttosto che dal microbiota.

È possibile ripetere il trattamento con rifaximina?

Sì, ma con cautela. I cicli ripetuti possono essere considerati nei pazienti che rispondono inizialmente, tuttavia la risposta ai retreatment è spesso inferiore, soprattutto in caso di recidiva rapida dopo il primo ciclo.

Dopo quanto tempo può tornare la SIBO o la IBS-D dopo rifaximina?

Le recidive sono frequenti: fino al 40–45% dei pazienti può presentare una ricomparsa dei sintomi entro 6–9 mesi. La recidiva precoce suggerisce una minore dipendenza dei sintomi dalle alterazioni del microbiota.

Cosa fare se la rifaximina non funziona o i sintomi tornano?

È indicato un approccio multimodale: dieta low-FODMAP, probiotici selezionati, antispastici, neuromodulatori e gestione dello stress. Nei casi complessi è consigliato un approccio multidisciplinare.

IBS-D e SIBO sono la stessa cosa?

No. Possono condividere alcuni meccanismi, ma sono condizioni distinte. La SIBO richiede una conferma diagnostica e un trattamento mirato, mentre l’IBS-D è una sindrome multifattoriale che necessita di una strategia terapeutica personalizzata.